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La gestione delle flotte di veicoli per il trasporto pubblico locale.
Volume II. Definizione del posizionamento strategico della manutenzione mezzi, strategie ecosostenibili, realizzazione organizzativa delle strategie, dimensionamento delle strutture deposito-officina.
A prima vista questo libro sembra riguardare solo
chi si interessa di trasporti pubblici e di flotte di autobus, e
quindi la tentazione di passare oltre è forte, tuttavia poiché la
curiosità non è solo femmina, inizio a scorre l’indice e trovo così
una motivazione alla lettura.
Conoscendo da diversi anni Andrea Bottazzi,
l’autore del libro, mi faccio anche una certa aspettativa sui
contenuti che presumo ci debbano essere.
Trovo innanzitutto interessante il metodo: il
pensiero di Bottazzi è sempre esposto con rigore, e corredato dei
principi ispiratori e delle necessarie esemplificazioni in modo che
tutti capiscano. Nei “contenuti”, a dispetto del titolo, l’analisi
manutentiva emerge ovunque nel testo.
In effetti, se si tralasciano alcune parti che
sono destinate proprio agli addetti ai lavori, gli argomenti
“classici” della manutenzione si trovano tutti, con dovizia di
esempi applicativi e considerazioni pratiche.
Trovo tutto ciò rassicurante perché, se ve ne
fosse bisogno, è l’ennesima dimostrazione che quando è fatto salvo
l’ambiente tecnologico, l’analisi manutentiva non è strettamente
correlata alla tipologia del sistema.
Un primo elemento che balza agli occhi è
l’approccio al Costo del Ciclo di Vita (o LCC, life cycle cost o,
semplificando, l’approccio ai costi globali).
L’autore sostiene da anni nell’azienda dove opera
(l’ATC di Bologna) la necessità di considerare acquisizione,
manutenzione, esercizio e dismissione, assieme al progetto e alla
fabbricazione del costruttore, come un insieme di “fasi” all’interno
delle quali valutare l’economicità dell’acquisto.
L’obiettivo è avere nel complesso i migliori
risultati costo/benefici, ma per la manutenzione la conclusione è
chiara: quando compro un autobus, compro anche una certa quantità di
manutenzione, che non dipende da fatti accidentali, ma da elementi
progettuali, tecnologici e costruttivi, io posso solo improvvisare a
partire da questa base, ma non ne posso prescindere.
Da qui l’importanza di considerare questi vincoli
fin dalle fasi iniziali della gara per l’acquisto dei nuovi autobus.
Parole sante.
In ATC si tratta perlopiù di autobus, ma non è
difficile estendere questi concetti a qualsiasi sistema.
Vedo spesso in manutenzione, come questi “ottimi”
principi che permettono di centrare il ruolo economico della
manutenzione in una visione prospettica, siano dimenticati a favore
di una visione di breve, dove ad essere ottimizzata, se va bene, è
la singola azione, l’acquisto, la riparazione, la manutenzione
preventiva, perdendo di vista l’obiettivo generale citato pocanzi
dei costi globali.
Un’altra considerazione nel Bottazzi pensiero che
ho trovato con piacere nel libro riguarda i “driver” della
manutenzione. L’autore preferisce la prestazione del sistema
piuttosto che l’ottimizzazione dei lavori e, in subordine,
dell’officina.
Perdendo di vista l’oggetto, in poche parole, si ottengono delle
economie un po’ fine a se stesse e quindi forse inutili.
Nel versante poi delle competenze professionali
Bottazzi sviluppa un tema a lui caro che gli ho sentito esporre in
diversi convegni (semplificando al massimo): make or buy? In
manutenzione, quando conviene esternalizzare e quando conviene
operare con proprie risorse? Quali lavori si prestano ad essere
affidati ad imprese esterne specializzate?
L’autore trova una risposta spiegando e
illustrando grafici, dove si capisce che ogni caso crea una nuova
statistica, ma ci sono degli elementi comuni da considerare. Senza
togliere nulla al libro, al quale rimando, quando sono richieste
competenze esecutive basse conviene quasi sempre esternalizzare,
quando si richiede una forte specializzazione si è “quasi” costretti
ad esternalizzare, per tutto il resto la cara vecchia officina
provvede, e si tratta di attività classificate “quasi” sempre come
competenze distintive.
Queste ultime vanno dalla diagnostica, alle
ispezioni, dai servizi di “piazzale” alla carrozzeria, e via, mentre
il “quasi” fra virgolette rappresenta una unità di misura sovente
usata nell’ingegneria.
L’organizzazione poi deve essere coerente con lo
sviluppo del parco mezzi di trasporto, tale sviluppo determina
infatti la tipologia dei fabbisogni di manutenzione e da questi le
coerenze con l’organizzazione.
Ma l’organizzazione da che parte deve andare?
Per Bottazzi è chiaro che, comunque vadano le
cose, l’azienda di trasporto pubblico deve mantenere un forte
presidio sulla manutenzione, di ingegneria prima ancora che
operativo.
Di tutte le combinazioni che esamina quelle dove
la manutenzione è, fin dall’inizio o con fasi successive, trasferita
in massima parte ad un’impresa esterna, portano in breve tempo ad un
aumento dei costi di manutenzione (magari dopo iniziali risparmi) e
ad un perdita drammatica di controllo sulle prestazioni dei mezzi.
Bottazzi chiede quindi uno sforzo culturale alle
aziende che si accingono a rivoluzionare (o re ingegnerizzare, ma
che brutta parola!) il proprio servizio di manutenzione: non buttate
l’esperienza pregressa, imparare ad usare i fornitori è uno degli
strumenti per fare meglio manutenzione con il personale interno.
Un ultimo concetto “classico” della manutenzione
che ho ritrovato, sotto mentite spoglie, fra le pagine del libro è
l’automanutenzione o manutenzione autonoma (uno degli elementi più
qualificanti del TMP, Total Productive Maintenance).
Bottazzi spiega che per ottenere le migliori
efficienze sul piano operativo e per intercettare precocemente le
derive, facendo bene la prevenzione, è indispensabile la
collaborazione di manutenzione, servizi di piazzale, e autisti.
Ciascuna di queste tre entità svolge una parte dei
processi che interessano il “sistema” manutenzione nella sua
interezza. Elementi diagnostici recepiti dagli autisti, piccole ma
frequenti manutenzioni svolte dal personale di piazzale, aiutano il
manutentore nel suo lavoro, creano l’indispensabile dialogo fra
funzioni diverse e spesso contrapposte, e migliorano in definitiva
la disponibilità (meno fermate in officina) e l’affidabilità (meno
guasti) dei mezzi.
L’esigenza di Nakajima di superare il pregiudizio:
“io-produco-tu-ripari”, la troviamo anche qui. Un giapponesissimo
sushi condito con un’ottima salsa bolognese.
Fra gli ultimi capitoli del libro, ne troviamo due
in particolare, il penultimo sulle prestazioni dei mezzi di
trasporto e l’ultimo sul knowledge management, scritti mi pare da
collaboratori di Bottazzi, che completano e arricchiscono tutta la
trattazione.
Per concludere, ho trovato il libro molto
interessante, ma devo fare un appunto all’editore per le centinaia
di errori, in gran parte ortografici, e in qualche caso semantici,
lasciati a bella posta nel testo.
Maurizio Cattaneo |