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Anno XIV - Numero 2 - Febbraio 2011

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In morte dell'amico Giuseppe.

Giovedì ricevetti una telefonata da Patrizia che annunciava un peggioramento delle condizioni di salute di Giuseppe.

La lasciai convinto della necessità di telefonare a Renzo per avere qualche notizia in più, per capire se era il caso magari di andarlo a trovare, come ci eravamo detti qualche settimana prima.

Quella telefonata non la feci nè venerdì nè nelle giornate successive, perché fino all'ultimo momento ho cercato la strada della rimozione.

Fino a questa mattina quando l�annuncio del funerale mi ha riportato necessariamente alla realt�.

Non ci sono andato al funerale, sono troppo sensibile, non avrei retto all�emozione di accompagnare Giuseppe fino al luogo della sepoltura.

La morte, � una tragedia ineluttabile e ineludibile che tocca a tutti noi, ma che non ci riguarda, non � cos� immanente, non fa parte della nostra realt�, finch� a morire non � uno dei nostri cari, uno che ci � vicino.

La morte � un evento cos� paventato che ci rifugiamo spesso nella metafora o nell'eufemismo: se ne � andato, ci ha lasciati, � andato all�altro mondo, insomma � morto.

E cos� Giuseppe alla fine � morto.

� un pezzo del mio vissuto, del nostro vissuto, che ci ha abbandonato. Si, Giuseppe era uno di noi, come direbbe Luciano, ma, ancora di pi�, era la nostra coscienza, l�uomo tutto di un pezzo (e chi ha da scagliare la prima pietra �). Giuseppe era pi� di noialtri l�uomo dei valori.

Ha iniziato da ragazzetto con l�adesione alla Repubblica di Sal�. Non che sapesse delle trame tedesche ai nostri danni e conoscesse i crimini fatti dalla Legione Ettore Muti. Non potremo mai dire che �ha dovuto farlo� ma oggi �se ne pente�. La sua adesione fu semplicemente una ragione di coerenza con i propri valori. La patria � in pericolo, il nemico americano e inglese avanza, devo dare il mio contributo alla causa. Con generosit�. Senza tentennamenti, senza vigliaccherie, senza doppio giuoco.

L�aviatore, il tenente Meneguzzo, con il suo piccolo caccia ha cercato semplicemente di difendere il nostro paese dai nemici, chiunque essi fossero. Un atto di generosit� che ha segnato, con coerenza, tutta la sua vita.

Per questo in epoca di facili revisionismi, la sua scelta e quella degli uomini come lui non pu� essere mistificata. A queste persone dobbiamo rispetto. Non possiamo farci prendere dagli umori dell�ideologia, qualunque essa sia.

Quando lo conobbi nel 1983, non ero a conoscenza di questi particolari della sua vita, ma mi colp� il rigore etico con cui affrontava le avversit� e i piaceri dell�esistenza. E lui di batoste ne ha avute tante. La sua famiglia spezzata, il suo cuore spezzato, ma poi c�� anche il nipotino, forse non � sufficiente a pareggiare i conti, ma certo la vita prende poi il sopravvento su tutto.

Cos� divenne lentamente, senza scossoni, senza azioni eclatanti, uno dei miei padri putativi. Una persona che ha avuto un peso nel difficile trasferimento dalla mia vita adolescenziale e spensierata alla vita adulta.

Se penso a Giuseppe, la prima cosa che mi viene in mente � il rispetto.

Noi ci davamo del Lei, ma se non fossero altri tempi, io ero tentato dal Voi. Come ad un padre di altri tempi appunto.

Lui si � sforzato in questi ultimi anni di semplificare il rapporto conquistando un pi� semplice tu. Ma non era possibile. Faceva parte delle nostre regole. Il tu non avrebbe reso la distanza che esisteva fra noi. Una distanza per me formativa e al tempo stesso esistenziale: Lui sarebbe sempre stato un esempio da seguire. Ancora una volta il rispetto per i valori di cui era portatore prevaleva sul dato di fatto.

Solo ora, che non c�� pi�, mi sento in diritto di chiamarlo Giuseppe, una dolce trasgressione per esprimere il sentimento che provo nei suoi confronti.

La morte non colpisce solo le persone abbiette, i dittatori che hanno funestato il nostro secolo, le persone che hanno fatto tanto male, i cattivi, come il fanciullino che � in me ama identificarli. La morte colpisce anche i buoni e i giusti. Colpisce tutti quanti senza eccezione alcuna. E forse questa � una somma rappresentazione della giustizia.

Non � che un�amara consolazione pensare se esista una vita dopo la morte. La retorica dell�al di l�, che non � dimostrabile, ma nemmeno rinnegabile, lascia assolutamente il tempo che trova. Una discussione sofistica che mi sembra comunque poco produttiva.

Le uniche cose sulle quali possiamo fare un bilancio sono quelle che ci sono capitate durante la vita, buone o cattive che siano.

C�� da chiedersi se la morte, quando sopraggiunge, colga la persona impreparata, con un destino che ancora non � compiuto. Una persona che lascia molte cose ancora aperte.

Nel caso del nostro Giuseppe, credo che da diversi anni avesse raggiunto una seria consapevolezza del s�.

Il s� � la massima espressione della nostra esistenza. Ci sono persone che passano dallo stato adolescenziale alla morte in un botto, anche se hanno raggiunto un�et� considerevole. Ma Giuseppe non era fra questi.

Le sue cose le aveva vissute, le ha elaborate, i dolori e la gioia che il destino gli ha riservato, non ho dubbi che la morte lo ha raggiunto in un momento di pace. Quando tutte le cose lentamente erano andate al loro posto ed avevano acquistato cos� un significato.

Cos� lo conoscevo e cos� credo abbia vissuto la sua vecchiaia.

Altrimenti non mi spiego l�entusiasmo, ma anche il signorile distacco, che Giuseppe mostrava nelle azioni quotidiane, come quando con Renzo siamo andati lo scorso maggio a Vicenza per l�ennesimo incontro all�associazione degli industriali avente per tema la manutenzione.

Quante ne ha fatte? A quanti incontri ha partecipato? Perch� insistere?

Credo che quando hai passato una certa soglia, ed hai raggiunto nella tua mente una specie di stato elettivo di consapevolezza, il quotidiano sia solo una modalit� per riedificare una condizione che ti da piacere. Non c�� un obiettivo da raggiungere, c�� il piacere di esserci. Solo cos� posso pensare che un individuo conscio del fatto che l�interruttore della propria esistenza si stia spegnendo, non rinunci alle proprie gioie quotidiane, non si affanni a contrastare l�interruttore.

L�interruttore c�� e basta. La vita continua. Le gioie del quotidiano anche. Fino a che non ci saranno pi�. E allora non sarai tu ad esserne ancora consapevole, ma lo saranno i sopravvissuti, coloro che ti piangeranno, coloro che ricordandoti avranno un moto di commozione.

Giuseppe lo ricordo cos�.

Credo che abbia affrontato la morte con coraggio, senza troppe illusioni sull�al di l�, ma con la coscienza a posto.

Lui era un giusto ed era cosciente di questo.

Ciao Giuseppe. Ti voglio bene Giuseppe.

Ancona, 14 Marzo 2005
Maurizio Cattaneo

GIUSEPPE MENEGUZZO

 

 

 
 
 
       

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